#sherlockgate, ovvero tutte Lestrade portano all’Inter  


albarn

In principio fu il #blurgate. Quel genio sadico di Damon Albarn pubblicò nel 1993 “Sunday Sunday”, terzo singolo tratto da Modern Life Is Rubbish, secondo album dei Blur. Il relativo video attraversò indenne due decenni prima di incappare nei temibili CALCIOFILIDELTWITTER™, che fecero calare di mezzo punto il PIL fermando la produttività del Paese per un paio di settimane, ma riuscirono a trovare la domanda che attanagliava l’italia, ovvero chi fosse il calciatore a esultare al minuto 1:08 e in quale partita (per la fredda cronaca, trattavasi di Neil Ruddock in un Liverpool-Newcastle, amichevole per il ritiro di Ronald Whelan, risposta a cui arrivarono @xho @bennygiardina e @lusi_oficial dopo aver citofonato a mezzo twitter, compresi lo stesso Ruddock e Graham Coxon, chitarrista storico dei Blur, che rispose con l’abituale classe britannica.)

Ora è il momento dello Sherlockgate.

Un passo indietro.

Nel novembre del 2007, il più antico club del mondo, lo Sheffield Football Club (da non confondersi con lo Sheffield United o il Wednesday, la squadra preferita della secondogenita Addams), decide di celebrare degnamente il proprio centocinquantesimo anniversario, e magari di rispondere a qualche domanda (su tutte: contro chi diamine avevano giocato dal 1857, anno della loro fondazione, al 1860, quando venne fondato il secondo club inglese, l’Hallam F.C.? Tre anni di #seratetuttosheffield?).

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Comunque. La ricorrenza ebbe degna cerimonia: partita contro il più grande club della storia, il Football Club Internazionale, a Bramall Lane, impianto prestato dall’occasione dallo Sheffield United, il più antico stadio al mondo ancora in grado di ospitare partite di calcio professionistico e che per tredici anni, dal 1862 al 1865, ha ospitato proprio le gare dello Sheffield Football Club (d’ora in poi SFC), al momento relegato in Northern Premier League Division One South, l’ottavo livello del calcio inglese. Piccolo problema: l’agenda della prima squadra interista era leggermente fitta, visto che il 7 novembre, giorno scelto per la gara, sarebbe stata impegnata in Champions League contro il CSKA Mosca (finì 4-2, doppietta di Ibrahimovic e Cambiasso). Come si ovvia a tutto ciò? Invitando la Primavera, rinforzata da Marco Materazzi, che era fermo dal 22 agosto di quell’anno per un brutto infortunio alla coscia rimediato in Nazionale, durante l’amichevole con l’Ungheria, e Pelè. Non Edson Arantes do Nascimento, bensì il leggermente meno famoso Vítor Hugo Gomes Passos, nome letterario, soprannome impegnativo e un discreto tiro da fuori messo in luce in quell’edizione di Tim Cup. Per la cronaca, in un Bramall Lane festante e con discreta percentuale di occupazione dei suoi 32702 seggiolini (diciamo sui diciottomila). Per il sottoscritto, la telecronaca di quella partita fu una delle esperienze più abbacinanti, non tanto per i contenuti tecnici ma per il ruggito del pubblico al gol che fissò il punteggio sul 5-2 per l’Inter di Balotelli e Maaroufi, complice anche la seconda voce, Roberto Gotta, l’uomo che ha scritto “Le reti di Wembley”, semplicemente il più preparato giornalista italiano in materia di calcio britannico.

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A completare la festa, la presenza di Pelè, non il leggermente meno famoso Vítor Hugo Gomes Passos ma proprio Pelè quello vero e brasiliano, che dette il calcio d’inizio, intascò presumo relativi conquibus e concesse un paio di interviste ai media locali, in cui immagino sottolineò il posto nella storia del calcio, appena dietro di lui, di Phil Jagielka, idolo locale.

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La gara, in cui si segnalò un Mario Balotelli particolarmente dinamico e motivato, fu ripresa solo da InterChannel, unica emittente a mandarla in onda, seppur in differita di qualche giorno.

Capirete ora il mio stupore, quando, alla fine della terza stagione della più grande serie tv di sempre (non voglio neanche iniziare la discussione), Sherlock, prima di uno dei classici twist (ovvero colpo di scena, ma ci piace parlare così), c’è, a sviluppo narrativo ormai risolto, l’ispettore Lestrade che si guarda una partita in un pub. E la partita è inequivocabilmente (lo dice la scritta in sovrimpressione, lo confermano immagini e divise di gioco) QUELLA SHEFFIELD-INTER.

Il che ci porta a due domande finali. Ovvero.

  1. PERCHÉ DIAVOLO NON HANNO LASCIATO LA MIA TELECRONACA ORIGINALE FACENDOMI COSì ENTRARE NELLA STORIA DELLA TELEVISIONE (vabbè avrebbero dovuto giustificare un telecronista in italiano in un pub londinese, ma amici miei se cominciamo a contare i buchi nella trama mi sa che non ne usciamo più)
  2. COME KAISER È VENUTO IN MENTE A MARK GATISS E STEVEN MOFFAT (per intenderci, dei J.J. Abrams che hanno finito le scuole medie) O A CHI PER LORO DI METTERE PROPRIO QUELLA PARTITA? Sono abbonati a InterChannel? Sono tifosi dell’Inter? Dello Sheffield? Hanno solo della grande e generica stima nei miei confronti e volevano omaggiarmi in qualche modo? Ma potrà una serie tv incasinarti così il cervello? Perchè mai l’ispettore Lestrade deve guardarsi al pub Sheffield-Inter Primavera del 2007, ripresa solo da InterChannel?

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Forse stavolta non si fermerà l’intera produzione del terziario italiano, ma le domande restano vibranti e irrisolte. (La puntata è del 12 gennaio 2014 e l’ho vista almeno tre volte in tre differenti anni, ma finchè non me l’hanno fatto notare non ci avevo manco fatto caso, per dire della rilevanza mondiale del tutto).

P.S. Arbitrava Howard Webb. CHE SIA LUI LA CHIAVE DI TUTTO?

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Empathy is overrated, ovvero di cierresette e di pullman scoperti


 

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Nella foto, “Con la scaramanzia ci friggiamo le rane”

L’Europeo più scontato di sempre, ovvero, come quelli bravi davvero, dopo la vittoria del Portogallo vi dico perché è stato giusto e inevitabile che vincesse il Portogallo (poi lo davano a 20 a inizio giugno e nessuno ci ha messo ovviamente mezzo euro, ma è perché aborriamo le scommesse, non perché non lo sapessimo). Cinque motivi per cui era scritto.

  1. LA SIMPATIA. Nei grandi tornei con fasi decisive relativamente brevi, diciamolo, tende a vincere un po’ chi capita. Non fa eccezione il Real di Zidane, non l’ha fatta nemmeno il Portogallo. Denominatori comuni di queste due squadre, oltre ad avere una buona dose di astri allineati, lo schierare due tra i giocatori meno simpatici del pianeta: Pepe e Cristiano Ronaldo. La simpatia, per come la vedo io, professionalmente è una qualità sopravvalutata, e che in questo Paese tende a fagocitare tutto il resto dello spettro morale di un individuo (“Un evasore scorretto e ? Forse, ma hai visto lo spot, che simpatico ). Per questo apprezzo CR7: perché non ha nessun bisogno di risultare simpatico. Rispetta chi gli paga lo stipendio (e mi riferisco ai tifosi, non a Florentino Perez: visto personalmente firmare almeno 40’ di autografi durante una tournee asiatica mentre ben meno celebri compagni raggiungevano il pullman fissando il vuoto), del resto gli interessa il giusto, se non la vittoria. E sinceramente ho cominciato a fare il tifo per lui, in questo Europeo, quando ha mandato a quel Paese il capitano dell’Islanda che dopo una gara vergognosa ha anche avuto il coraggio di chiedergli la maglia. Da lì in poi Cristiano è diventato una volta di più il villain della narrazione di un Europeo livellato verso il basso: però ha avuto tutta la mia comprensione. Se ti girano i coglioni ti girano i coglioni, e non sarà un hipster della SQUADRASIMPATIARIVELAZIONEDELLEUROPEO a mutarti l’umore (“Oh l’Islanda? Che bello, battono anche le mani a fine partita”, si dopo aver giocato come l’Ancona di Menichini, come prontamente sottolineato da Cristiano in sala stampa dopo il pari strappato dai ragazzi di Lagerback grazie al mourinhano pullman parcheggiato all’altezza del dischetto”) .Insomma Cristiano è felice quando vince e gli girano a elica quando perde, compagni compresi, e qui arriviamo al punto due.
  1. FARE IL CAPO non vuol dire piacere a tanta gente, che come ci ricordava un Piero Pelù nel fiore degli anni è una gabbia seducente. Fare il capo vuol dire mettersi davanti ai tuoi uomini perché possano seguirti, non scontare loro niente e guidarli alla vittoria, vuol dire inchiodare chi ha talento alle proprie responsabilità. C’è un video, bellissimo, in cui Cristiano va da Moutinho, che ai rigori contro la Polonia si era nascosto, memore dell’errore di quattro anni prima che aveva condannato i suoi contro la Spagna (abbiate pazienza, andatevelo a cercare, tanto l’abbiamo visto tutti, è proprio prima del gattino che ha commosso il web sulla colonna di destra del vostro giornale on line preferito), e gli dice “no tu adesso tiri, sei forte e hai personalità, se sbagli nessun problema”. In effetti da questo punto di vista (non su quello dell’impatto sulla manifestazione, sono due sport troppo differenti), CR7 ha avuto un che di lebroniano, per come sostanzialmente ha allenato la squadra trascinando i compagni fino alla vittoria.

 

 

  1. EUPALLA. La divinità che protegge e ispira il gioco del pallone, secondo Brera. Come tutte le dee, non va fatta indispettire. Se fai impunemente attraversare il paese all’autobus scoperto dell’eventuale parata con tanto di scritte celebrative non coperte, e in più ci aggiungi una vile caccia all’uomo sul miglior giocatore degli avversari, che lo leva di mezzo dopo un quarto d’ora, beh allora mi immagino Eupalla avvelenata coi bigodini che trama vendetta. Il che ci porta diretti al punto quattro, ovvero Ricardo Andrade Quaresma Bernardo

 

  1. QUARESMA a trentatre anni non aveva, probabilmente, più nulla da chiedere al calcio. In ordine sparso, ha vinto l’intercontinentale col Porto e la Champions con l’Inter, è stato licenziato dall’Al Ahli, è stato soprannominato Mustang, Trivela e Harry Potter, rapinato in strada e in casa, ha reso molto peggio di Obinna e messo una doppietta nei quarti di Champions a Neuer, steso la vera favorita per la vittoria finale, la Croazia, ai due minuti dai rigori e un sacco di altre cose. Ed è toccato a lui entrare al posto di Cristiano. Non poteva fallire. E non ha fallito, andando più volte vicino alla stoccata, che invece è stata appannaggio di tale Eder, che a ventinove anni, dopo una carriera a ciondolare in Primeira Liga con medie gol da difensore centrale prolifico, ha mandato in delirio una Nazione con tre quarti d’ora drogbaiani con gol alla Batistuta.

 

  1. IL CALCIO. Quello di Shaqiri contro la Polonia è senza dubbio il gol da copertina dell’Europeo: coordinazione djorkaeffiana in un momento decisivo. Il più bello, però, per me è quello di Vokes del Galles al Belgio. Cross teso sul primo palo, centravanti in anticipo che la gira all’incrocio opposto con movimento di collo atto ad abbattere cinghiali. Il Galles è stata la vera rivelazione dell’Europeo, forse perché si ricordano di fare le cose che gli inglesi facevano vent’anni fa, prima di annacquare e rimbambire un campionato che più che la NBA del calcio mi sembra la WWE della boxe: una cosa forse più gradevole e spettacolare, ma intimamente diversa. Ecco, Cristiano Ronaldo eccelle anche in questo fondamentale del calcio di una volta, il colpo di testa: proprio il Galles ha dovuto inchinarsi alla frustata di Cristiano, nell’istantanea di questo Europeo, la palla impattata a tre metri buoni d’altezza. Allenarti finchè non arrivi lì, e rifarlo tante di quelle volte in allenamento finchè in gara non ti verrà automatico. Il resto, sono chiacchiere.

 

Sei, ovvero l’amaro meno amaro.


noi

 

ll tabellone recitava ciesscappaainter di qua e arsenalbarsa di là, ai quarti di finale. L’idea iniziale era di sfruttare le offerte delle low cost e cautelarsi prenotando sia per Londra che per Barcellona, confidando nella compattezza dei ragazzi che avrebbero agilmente superato i sovietici. Diego e Wes regolarono i temibili Aleksej e Vasilij  Vladimirovič Berezuckij, la quaterna di Messi al povero Wenger ti fece capire come, in fondo, scegliendo il Ryanair per Girona e basta ti aveva fatto risparmiare soldi.

Il problema è che al Camp Nou c’eri già stato, mesi prima, e avevi visto una delle gare più frustranti della tua vita. Due a zero per loro, ma ne fossero serviti tredici, ne avrebbero fatti tredici, e il fatto che tanto Ibrahimovic quanto Messi sogghignassero beffardi in panchina ti aveva, di fatto, messo il cuore in pace. La Coppa dei Campioni è roba loro, non tua, almeno per il lustro.

Buttasti lì a lei una boutade semialcolica che potrebbe tranquillamente ispirare un film di un fratello Muccino a caso, “Torneremo e vinceremo”.

E sei anni fa eri lì, nel nostro covo paraguayano , a smaltire la parrillada mixta con un liquore alle erbe che sospetto sia stato nel frattempo ritirato dal mercato in tutta fretta tipo Novalgina. Otto giorni prima i tuoi occhi avevano  visto la più bella partita della storia della tua Inter, e vedere Guardiola levare Ibra per Abidal sotto tre a uno per evitare guai peggiori ti aveva stupito. Due di vantaggio però non sarebbero bastati. Là è diverso.

Andando verso lo stadio, tutti assieme, chi uscito a prendere le sigarette a Milano e arrivato dopo dieci ore di auto filate, chi con un esorbitante imbarco dell’ultimo secondo, chiudevi gli occhi e pensavi a cosa sarebbe successo. Il piano originale prevedeva l’andare tutti nel settore ospiti, quello B elaborato in fretta e furia di evitare l’arresto ai cancelli andando con il tuo pass stampa nella tribuna apposita.

“La sentirò con la telecronaca di Scarpini”, ti colsolavi: un sommario controllo del battito all’annuncio delle formazioni ascoltato nella cabina tv con conseguente diagnosi di morte prima dell’intervallo ti costrinse, ancora una volta, a variare in corsa il progetto, accomodandoti tra due ignari e attempati tifosi culè.

Il tuo vasto comparto cerebrale decise di prolungare la propria esistenza rendendo inspido lo spettacolo calcistico: non stavi più guardando Barcellona – Inter, semifinale di Champions League, bensì un normale rossoblu contro maglia bianca.

Reinserirono lo spinotto nel Matrix in pieno recupero: fin lì ti era scivolato tutto addosso. L’espulsione di Thiago, la Parata di Julio, il suo serafico indovinare, già ammonito, ad ogni rinvio l’esatto numero di secondi in cui poteva attendere senza far saltare la mosca al naso all’arbitro.

Al gol di Bojan pensasti che, in fondo, la vita era così. E nel chinare il capo abbandonandoti al blues dell’interista udisti una voce, quanto mai italica, che a gran voce indicava dove vanno infilate solitamente le supposte nell’improvvisamente silenzioso tuo settore. “Ci odiano così tanto”, ti dicesti, “dal venire fin qui apposta per vederci piangare”. Trattavasi ovviamente invece di tuo correligionario, il quale correttamente interpretò il fischio di De Bleckere  (una parte di te è convinta che in realtà il gol di Bojan fosse buono, e che ha causato una frattura spazio-temporale tipo l’Oceanic 815 e viviate tutti in un multiverso inesistente). Distraendo i tuoi provati neuroni dalla partita, ti concentrasti, in quell’ultimo lisergico minuto che seguì la PunizioneDiMariga™, sulle sfumature, i colori delle maglie, i cartelloni pubblicitari, l’assoluta idiozia nel battere un corner corto all’ultimo secondo del recupero. Il tempo però non era più canonico, misurabile, già da ore era dilatato, e nel ragionare sulla veridicità degli assiomi di Einstein ti colpì un uomo che correva verso la metà campo, apparentemente disinteressato alla posizione del pallone, in aperta dissonanza rispetto al momento storico. “Dove cazzo sta andando Cambiasso”, ti interrogavi, mentre la potenza immaginifica del momento ti colpiva come la palla che avrebbe reso famosa Miley Cyrus qualche semestre dopo: era finita, ed eri in finale.

Ciò che accadde dopo è difficile da descrivere. Vi basti l’immagine, di un paio di mezz’ore dopo, di una decina di sodali silenziosi, esausti ed immobili di fronte ad altrettante cerveze e bocadillos praticamente intonsi. Era sei anni fa, e un giorno ci scriverai un poema.

P.S. Ovviamente, la fortuna è cieca ma Eupalla ci vede benissimo, e quando l’anno successivo ti trovasti a riprenotare sardonico, col tabellone che diceva interscialche di qua e cielsiiunaited di là, il tuo pianificare pervicacemente ti fu utile soltanto a gustarti un insipido Manchester United – Schalke 04 in un anonimo pub londinese.

Il pippone su Sarri, ovvero perchè no.


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Nella foto, “Quando alleni l’Empoli i distinguo non li fa un cazzo di nessuno”

Due o tre cose pignole e irrilevanti sul fatto che ha distolto l’Italia sul vero caso mediatico dell’anno, ovvero Whatsapp che da azienda rispettabile che si limitava a chiederti i soldi si è trasformata in una succursale dell’Umbrella Corporation, e chissà perché di punto in bianco si è messa a farti i regali, e in più te lo fa anche notare.

Non è questione di Sarri, Mancini, Napoli o Inter. Per capire il punto di quanto successo bisogna “togliersi la maglietta”, come diceva Antonio Conte, e provare a fare un passo in più della difesa/attacco d’ufficio.

Le cose rilevanti della situazione sono tre: l’insulto (“il primo che mi è venuto in mente”), il contesto (una gara in diretta sulla televisione nazionale) e l’atteggiamento omertoso.

Perché “sui campi di provincia si sente ben di peggio” è un’aggravante, non un’attenuante. Perché se alleni una grande squadra ti pagano molto. E Sarri, figlio di operai che allenerebbe anche gratis, deve capire che gratis non allena proprio perché ha un posto di lavoro con grandi aspettative, grandi pressioni e grande visibilità. E in quanto personaggio pubblico nell’azione più pubblica possibile, lavorare, ti è richiesto un comportamento più che ineccepibile. “In campo c’è una tensione che nella vita normale non c’è”, e proprio per questo ti è chiesto di saperla reggere. Perché puoi perdere la testa e urlare cose irripetibili anche allenando il Tegoleto, ed è lo stesso vergognoso, ma l’eco, la visibilità e di conseguenza la paga, sono diverse. E capire che non puoi gridare né “frocio” né “finocchio” a uno in momenti di massima visibilità non dovrebbe essere difficile.

Posto che della sua vita privata Roberto Mancini, come ogni essere umano, fa quello che gli pare e piace, con buona pace dei giornalisti di gossip che ieri lo condannavano inneggiando agli atteggiamenti omertosi (si è letto anche questo, nel meraviglioso omaggio postumo a Moira Orfei che sono i social network).

Più dell’insulto ha fatto il balbettio in conferenza stampa. Perché sentire “Gli ho gridato il primo insulto che mi è venuto in mente” spiega bene come, appunto, “sui campi di provincia si sente ben di peggio”. Se c’è una possibilità di evitare che tra dieci anni sui campi di provincia si senta ben di peggio è proprio iniziare a stigmatizzare certi comportamenti. Perché per carità, trent’anni fa nelle commedie pecorecce (che adoro, eh, anzi ops, volevo dire “Mi piacciono molto”), potevi tranquillamente ascoltare battute come “I froci da una parte le puttane dall’altra”. Se è per questo settant’anni fa le donne manco votavano, e cent’anni fa per un bambino era normale andare a lavorare a dodici anni.

Spostare mediaticamente il tiro (“Ha fatto bene Mancini a parlare” a “Le accuse di Mancini” fino a “Gli insulti di Sarri, Mancini sbrocca”,) è parte del sostrato culturale di un Paese che contestualizza per gli amici e condanna a prescindere ricercando il precedente per i nemici (spesso gli stessi soggetti, a seconda del vento). E il problema è il problema, non chi lo fa notare, e non chi fa la “spia”. Perché le cose di campo non restano in campo. Non lo fanno, almeno, nelle leghe serie, anche a fronte di spiegazioni quanto meno comprensibili 

Nelle leghe serissime, addirittura vengono sanzionati i contesti privati.

Roberto Mancini non è Mohandas Karamchand Gandhi, Maurizio Sarri non è Mario Borghezio ma ognuno, specie in posti con tale visibilità, deve rispondere delle proprie azioni. Ed è indifendibile, per quanto accaduto ieri sera. Semplicemente.

Poi si, e allora la risposta di Mancini? E allora quella volta in cui Mancini? E allora i marò? E i poliziotti che rischiano la vita a mille euro al mese? E prima gli italiani? Il campionato di depistaggio dal merito della questione è più combattuto della serie A.

Ma se gridi “Frocio” e “finocchio” a uno perché sei incazzato (e per cosa, poi? Perché si veste bene? Per la pettinatura? Perché è ricco sfondato, fa esercizio fisico, sta attento a ciò che mangia e ascolta bella musica?), beh, a cinquantasette anni hai ancora delle cose da imparare. Non è grave, ma saperlo è il primo passo.

 

Je non swiss Eranio, ovvero dell’ignoranza.


I fatti: Stefano Eranio. L’ex giocatore del Milan (ha giocato più o meno lo stesso numero di partite col Derby County, ma al Milan giocava con Gullit, Rijkaard, Weah e Desailly, ergo ha alzato qualche trofeo e si è costruito una credibilità mediatica) ha detto, testuale, commentando un errore del romanista Rudiger nel post partita di Bayer Leverkusen – Roma sulla RSI, ovvero la radiotelevisione della Svizzera italiana “I giocatori di colore, quando sono sulla linea difensiva, spesso certi errori li fanno perché non sono concentrati. Sono potenti fisicamente (…) però, quando c’è da pensare (…) spesso e volentieri fanno questi errori. “

Ieri con un comunicato la Rsi ha interrotto la collaborazione con l’ex calciatore del Genoa, definendo inoltre il commento “del tutto incompatibile con le regole e la deontologia del servizio pubblico”, e distanziandosi con il commento stesso e scusata con il pubblico.

Verrebbe facile fare un paragone con l’Italia, dove un ex commissario tecnico della Nazionale aveva parlato di “Troppi giocatori di colore nelle giovanili”, citando parole come “ Orgoglio e dignità”, non esattamente al centro del dibattito calcistico. Di colore, non stranieri: il problema è il colore.

L’ex C.T., che è anche ex coordinatore delle nazionali giovanili, vinse anche il premio della critica giocandosi l’immortale #nonsonorazzistatanteveroche (citando Rijkaard, poteva raccontare di essersi sifonato Naomi Campbell una volta per dare ancora più forza all’argomentazione). Fu ovviamente, essendo noi un Paese sensibile dove non scherza su certi temi, attaccato duramente dalla stampa.

Naturalmente, continua ad opinare.

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Non siamo la Svizzera, e basta camminare in strada dieci minuti per rendersene conto (e per certi aspetti non è così un male), ma al di là dell’indignarsi (o dell’incazzarsi, visto che non è che mi cade il monocolo sul panciotto e inorridisco, ma mi incazzo), andrebbe sviscerato il merito della questione.

Per giustificarsi, Eranio ha parlato di “scuola africana”, dicendo che non mancano le eccezioni (!?!) come Thuram o Desailly, ma di solito la “Scuola africana cura poco la tattica”, (Ha il ritmo nel sangue ed è ben dotata, già che c’era). Desailly ha vissuto in Francia dall’età di quattro anni, Thuram dai nove, forse nelle loro capanne di fango i missionari europei hanno fatto in tempo a spiegar loro la diagonale difensiva.

Antonio (!) Rudiger (padre tedesco, madre della Sierra Leone), è nato a Berlino, è cresciuto nell’Hertha Zehlendorf,si è affermato nel Borussia Dortmund, è esploso nello Stoccarda, ha giocato in tutte le nazionali tedesche dall’under 18 in poi, compresa quella maggiore. È insomma più tedesco dei bratwurst o delle telecronache con dieci parole ogni cinque minuti (Danke schön,, ZDF).

Quella di Eranio, insomma, è una generalizzazione non particolarmente brillante, da bar di periferia, tagliata col coltello. Di più: è anche sbagliata nel merito, non solo inopportuna. Non esiste una “Scuola africana”, e parlando di movimenti calcistici, si dovrebbe avere il buon gusto di definire africano ciò che è… africano. E anche in quel caso, viene da pensare a calciatori come Weah, Abedi Pelè, Kanu, Eto’o, Drogba, Kanoute, Yaya Tourè, tra i più cerebrali visti nei campi di calcio negli anni recenti (non ho citato difensori centrali? Ecco, poteva essere un modo di approcciare la questione, anche se viene sempre in mente lo Yaya Tourè schierato al centro della difesa da Guardiola nella finale di Champions del 2009 a Roma contro lo United…)

Rudiger ha anzi probabilmente i difetti di posizionamento tipici della scuola tedesca degli ultimi anni, di Boateng, Mustafi, Howedes, Mertesacker, Metzelder, persino Hummels a volte.

Ecco ragionare sul merito, e non partendo da assurdi e antristorici luoghi comuni (razzisti o anti razzisti di maniera, non cambia) sarebbe un grande passo avanti.

E ve lo dico io: che non sono populista, ma…

Larry Bird salverà Quit The Doner.


“Masse enormi d’individui così unici da essere perfettamente uguali e assolutamente incapaci di cogliere ogni buona occasione per tacere. Questo genera quell’ambiente dove galleggiamo, fatto di competizione, invidia, odio e impossibilità di ogni causa collettiva. Voglio dire, chi rischierebbe la vita in piazza a fianco di un tizio che posta su Facebook i video di Brignano?”

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Nella foto, Kick The Toner.
Nella foto, Kick The Toner.

pocalypse Venezia,p. 221, da “Quitaly”, Indiana 2014.

Conobbi Quit The Doner leggendo, come centinaia di migliaia di altre persone, il suo pezzo sul perché non votare Beppe Grillo. Rimasi affascinato dalla comicità caustica a là stand up comedians americani, essendo un fan del genere. Ma sotto i canditi, c’era la torta. L’impostazione rigorosa e analitica, il saldo impianto concettuale, la capacità di affrontare una questione secondo diversi livelli di complessità, senza ripetersi. Un pregio, non un difetto, almeno per me che mi rifiuto di cominciare un romanzo se è più corto di trecento pagine (o 750 kb, i libri di carta saranno anche comodi ma non avranno mai la poesia di un Kindle).

Con il tempo, come mi accade quando un autore mi attrae, ho letto tutto ciò che ha scritto. Ed ho trovato un gioiello. In “Quitaly”, raccolta riveduta dei suoi migliori reportage, c’è un racconto inedito. Niente di che, a livello di intreccio, si capisce che il pretesto è altro. Un monologo, lucido e furioso. Quattro o cinque paginette, alla fine di “Apocalypse Venezia”: un pugno in faccia. Fu come vedere l’inizio di Trainspotting. Precariato, egotismo, superficialità: c’era dentro tutto di ciò che siamo già diventati senza accorgercene.

L’eversività di Quit era anche l’anonimato. Il che è una buona parabola del tasso di superficialità con cui ormai chiunque tratta qualunque cosa è che il “mistero” attorno al suo nome vero, tre o quattro mesi fa, l’ho risolto in più o meno otto minuti. Bastava fare una ricerca in google nemmeno troppo accurata, e non lavoro certo per la Cia.

Ora anche il resto del mondo sa il suo nome da Clark Kent, Daniele Rielli.

Parla un po’ come Loris Batacchi, si veste di nero ed è di fronte al momento più difficile della sua vita: l’impatto, brutale e istantaneo, con la fama e la fanbase. Con quelli che ti danno sempre ragione, ti fanno i complimenti qualunque cosa fai, ti chiedono le firme con dediche imbecilli (ehm), ti scrivono “Che bella” anche se sei un cesso che posta una foto in caffetano, ti invitano alle inaugurazioni, ti fanno bere Bellini gratis nella stessa giuria dei Club Dogo. Servono anticorpi sociali fortissimi e una volontà alla Larry Bird.

Il suo primo romanzo, “Lascia stare la gallina”, è lì che aspetta l’estate, quando posso leggere a tempo pieno e dedicargli il tempo che merita (in cartaceo, giusto contrappasso, già che ci sono mi sposterò solo in calesse e cavallo e telegraferò ai miei mie notizie).

Ciò che spero è che Daniele, che ce la faccia o meno, che diventi un Vince Gilligan o un Frank Matano, non perda mai quell’energia punk che trasuda dal monologo del Pingue, e che continui a fare ciò che fanno i grandi.

Cioè a dire quello che più o meno avevamo forse anche noi in un recesso del cervello, ma a farlo meglio di quanto faremmo mai

N.B. I canditi vanno dentro alle torte, non sopra. Anche voi, però.

Di formazioni, priorità e gozzoviglie.


Le politiche sul lavoro non sono mai state un argomento appassionante tra i giovani. I dibattiti da bar (e quindi da social network, nel terzo millennio, chè il bar costa ed è leggermente scomodo) sono decisamente più attratti da temi quali l’immigrazione, la casta, i vaccini, le influenze bovine, suine, aviarie, il terrorismo, il caso Milingo e quale delle due sorelle Rodriguez sia una bellezza naturale. Temi con vari gradi di importanza, nessuno dei quali però realmente decisivo per il futuro di una persona (non credo molto alle nazioni) quanto il lavoro. Faccio un mestiere senza dubbio pieno di privilegi, il giornalista sportivo. Per arrivarci ho sudato discretamente, ho avuto una formazione più o meno adeguata, ho fatto dei sacrifici e ho avuto una discreta, anzi, massiccia dose di fortuna. Sono riuscito a cominciare a fare un mestiere che stava cominciando a scomparire, tipo Indiana Jones che per miracolo passa sotto la porta che si sta chiudendo.

Oltretutto, lo faccio esattamente nel posto e nella modalità che sognavo, da bambino e anche più tardi, il che unitamente alla mia formazione cattolica genera un senso di colpa di dimensioni godzilliane.

Perché fare il giornalista sportivo, almeno al suo livello base, ricopiare comunicati stampa o articoli di giornale, è una cosa che può fare chiunque. Chiunque è, nei fatti, opinionista o addirittura editorialista, figura che un tempo apparteneva a giornalisti esperti, la cui auctoritas era unanimenente riconosciuta. Oggi no: chiunque, in fondo, può scrivere la sua opinione su perché Guardiola sia meglio di Ancelotti o viceversa, e per farsi affidare una rubrica in un sito sportivo bastano, in fondo, tanto tempo libero (per scrivere) e nessuna pretesa di essere pagati.

E se può farla chiunque, vuole farla chiunque. L’altro giorno mi sono imbattuto in un link agghiacciante.

“Tanti hanno sognato e sognano sotto diversi aspetti di diventare un giornalista sportivo.”

“Da oggi collaboratore di x.com puoi esserlo anche tu”

“Il corso sarà suddiviso in tre livelli (costituiti da tre giornate di formazione), ciascuno propedeutico al successivo e solo l’ultimo abilitante a collaborare con la redazione di xxx.com. “

Ognuno dei tre giorni costa una media di 150 euro. Se ne consegue che, al termine dei tre giorni, il candidato, oltre ad essere più leggero, nel portafoglio, di 871.321 lire (mi piace usare ancora il vecchio conio, i soldi guadagnati non riesco a non vederli così), potrà conseguire non un lavoro e nemmeno uno stage, il che sarebbe ugualmente umiliante. No, potrà ottenere l’abilitazione, ovviamente “a giudizio insindacabile” del titolare del sito, ad una non meglio specificata collaborazione con il sito stesso (azzardo: da casa tua, col tuo pc e il tuo abbonamento satellitare, sbobini per il sito la conferenza stampa di un terzino del Bologna. Gratis se va male, con qualche mancetta se va di lusso).

Non sta a me giudicare deontologicamente l’operazione: vi è chi è preposto a farlo, e chi è preposto a giudicare se tale “formazione” possa essere chiamata in questo modo. Ho un giudizio umano, nitido, su chi organizza tutto questo, e preferisco tenerlo per me, anche perché il mio avvocato al momento è impegnato come consulente sul set di “Better Call Saul”. Il punto non è xxx.com, o quell’altra tv che faceva i workshop, sempre a pagamento, o yyy.com che, sempre a pagamento, organizzava e organizza giornate “formative” altrettanto fantozziane, per mestieri ormai entrati nell’immaginario collettivo come l’agente Fifa (si figurano tutti in Murcielago in Costa Azzurra a accendere sigari trattando col PSG, non sanno che mediamente ti tocca svegliarti alle sette della domenica per vedere i giovanissimi regionali della Cremonese).

Il punto non è nemmeno quella sorta di gigantesco schema Ponzi che sta diventando il giornalista sportivo, il cui scopo finale sembra diventato, a tratti, spillare soldi a chi ha una passione. (Non a caso l’immagine di chi vi ha trovato un lavoro nel campo ed è giovane viene spesso usata come fosse il vincitore nello spot di una lotteria).

Il punto è questo: non posso avere una certezza matematica in merito, ma azzardo che in diciotto ore complessive difficilmente imparerete tutto questo.

competenze

E difficilmente facendovi scrivere un pezzo in venti minuti sulle condizioni mediche di Gastaldello capiranno se avete talento e siete già pronti a scrivere per un sito.

Perché ve lo dico io: siete già pronti a scrivere per un sito. Il vostro.

Apritevi un blog, anche tremendo come questo, e scrivete di ciò che vi fa davvero emozionare. Che sia una squadra, un playmaker, una ragazza o i primi tre dischi dei dEUS (recuperateveli, va, che è meglio). E’ sempre gratis, è sempre tempo libero, ma è roba vostra. Poi trovatevi un lavoro qualunque, e tenetevi la vostra passione per il tempo libero. Se siete davvero bravi, si tenderà a notarlo.

Se volete lo stesso provare a vincere la lotteria, comprate il biglietto. Che però non significa arricchire chi è già ricco e vuole insegnarvi in otto ore ciò che si comincia ad apprendere, forse, con anni sul campo: vuol dire proporvi ad una realtà editoriale seria, e mettere in conto mesi (non anni: mesi…) di sacrifici. Purtroppo, per come è diventato ormai il mercato del lavoro specialmente nei settori in cui la domanda è satura, gratuiti o semigratuiti. Ma mai paganti, perdiana. Per far diventare professione una passione ne sarà comunque valsa la pena.

I risparmi teneteveli per qualcosa di più serio e meritevole, tipo quattro giorni di gozzoviglie a Barcellona a fine stage.

N.B. Non solo, in questi eventi, il “lunch” non è compreso. Manco il coffe break. Cioè ti spillano trecentomilalire per starli a sentire e non ti offrono manco un caffè a cialda fetente. Gente così, secondo voi, vuole il vostro bene?